Capaci a porte aperte: OLTRE LA RAGIONE!

Pubblicato giorno 18 ottobre 2018 - comunità, cultura, impegno civile

Bartolo
Condividi su:   Facebook Twitter Google
jpeg capaci a porte aperte

Tante volte crediamo di agire liberamente e non è così. Quando ad esempio compriamo un prodotto qualsiasi, compiamo un atto solo apparentemente libero, poiché in effetti siamo condizionati dalla pubblicità e dalla moda. Molteplici e spesso inavvertiti sono pure i condizionamenti operanti nel campo del pensiero.

Anzitutto siamo condizionati dalla cultura del tempo in cui viviamo che mette a nostra disposizione concetti, credenze, valori ecc., a cui attingiamo a piene mani per elaborare e formulare i nostri pensieri. Raramente riusciamo a dire qualcosa di veramente nuovo e originale. Il più delle volte compiamo un lavoro di riciclo e talvolta facciamo ricorso a quei pensieri triti e ritriti e spesso infondati e superficiali che chiamiamo luoghi comuni.

Esistono poi forme ancora più subdole di condizionamento della ragione che si annidano dentro di noi: istinti e passioni. Se chiediamo a due persone che hanno litigato fra loro, e che non hanno il vizio di mentire, di raccontarci le ragioni del litigio, ne vengono fuori due versioni molto diverse, per la semplice ragione che sono indotte dal loro stato emotivo, magari senza rendersene chiaramente conto, ad amplificare i torti dell’altro e sminuire i propri. In questo e in tantissimi casi simili (magari meno eclatanti) il pensare tende a coincidere con il giustificare, cioè la ragione perde inavvertitamente la propria libertà e si fa semplice portavoce di istinti e passioni che prendono il sopravvento.

Ciò accade molto più spesso di quanto crediamo, poiché la nostra ragione non è disancorata dalla nostra psiche, ma interagisce con essa condizionandola ed essendone condizionata. Quando leggiamo un libro, è la nostra ragione ad essere impegnata prevalentemente, ma la scelta del libro che leggiamo ha chiamato in gioco altre componenti del nostro io quali le inclinazioni, i gusti, le credenze, i valori. Talvolta la ragione trova dentro di noi forze emotive che la costringono quasi a seguire dei percorsi obbligati, senza che essa ne sia pienamente consapevole, e quello che sembra un libero pensiero, in realtà non lo è affatto.

Sono più che convinto che alla base dei ragionamenti di tantissime persone che assumono posizioni razziste ci siano fattori emozionali, come la paura del diverso e il bisogno del capro espiatorio. Gli immigrati sono l’altro, colui che ci minaccia con la sua diversità e perfino con la sua povertà, colui su cui poter scaricare le tensioni prodotte dalla crisi che dura da parecchi anni, colui a cui addossare le colpe delle difficoltà che stiamo attraversando. E’ già successo in passato con gli ebrei nel corso di altre gravi crisi e sotto la spinta di capi senza scrupoli che hanno cavalcato ed alimentato le paure e l’insicurezza delle masse. Anche oggi sta accadendo qualcosa di simile. Segno che le tragedie del Novecento non ci hanno insegnato nulla. Anche oggi continuano ad essere sempre gli altri i colpevoli, l’Europa, gli immigrati, i poteri forti (questi ultimi ancora più insidiosi e minacciosi in quanto non chiaramente identificati). Siamo di fronte a meccanismi infantili di autodifesa che scattano quando non siamo in grado di riconoscere e accettare le nostre colpe e le nostre responsabilità.

Stando così le cose, è perfettamente inutile cercare di “convincere” il razzista con un approccio esclusivamente razionale perché, bene che vada, ti dirà di ospitare a casa tua i migranti. Bisogna scendere sul terreno esperienziale, quello che coinvolge anche sul piano emotivo. Più che parlare “del” nero, occorre parlare “col” nero, incontrarlo, scoprire la sua umanità, la sua sostanziale somiglianza con noi. Solo così potremo forse imparare a non averne paura, a capire che la bontà o la cattiveria non dipendono dal colore della pelle, che esiste una sola razza, quella umana.

Consapevoli di quanto sopra detto, le iniziative che vanno sotto il nome di “Capaci a porte aperte” non sono state pensate come conferenze di esperti del problema dell’immigrazione, ma come incontri nella nostra chiesa con testimoni che hanno storie di vita da raccontare, esperienze da farci rivivere, umanità da trasmetterci.

Piero Riccobono

Lascia un commento

  • (will not be published)