IL RIFIUTO DELL’AUTORITA’

Pubblicato giorno 4 maggio 2018 - Formazione, impegno civile

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Le ripetute aggressioni agli insegnanti si capiscono meglio se vengono inquadrate in un contesto più ampio. Anche negli ospedali si registrano frequenti episodi di aggressioni ai medici. E mai come in questi tempi gli uomini politici vengono insultati e additati al pubblico disprezzo. A scuola non sono solo i ragazzacci a prendere di mira qualche docente, ma si assiste ad una crescente aggressività dei genitori che reclamano dagli insegnanti la stessa accondiscendenza diseducativa che spesso loro hanno nei confronti dei figli.

Dietro tutto ciò c’è il crescente rifiuto dell’autorità a tutti i livelli. E’ un fenomeno connesso al processo di democratizzazione e presenta qualche luce e molte ombre.

Per un verso esprime un senso di autoliberazione e di emancipazione da parte dell’individuo, che vuole riscattarsi da ogni complesso di inferiorità e dal timore riverenziale verso chi detiene ogni forma di potere; per altro verso rivela un impulso anarcoide carico di violenza che imbarbarisce ancora di più questa nostra società.

Si può fare qualcosa o dobbiamo limitarci al solito lamento sterile che condanna questi tempi orrendi contrapponendogli la mitica età dell’oro di un passato indeterminato?

Certo, che si può fare qualcosa. Anzi tanto.

Occorre in primo luogo selezionare gli insegnanti non solo in base al loro sapere, ma anche in base alla loro attitudine a ricoprire un ruolo delicatissimo e nevralgico come quello dell’educatore nella società di oggi. Non è ammissibile che siedano in cattedra persone incapaci di relazionarsi ai ragazzi o, peggio, con turbe psichiche, persone prive di quelle indispensabili doti di equilibrio e autorevolezza su cui si fonda l’attività educativa. Sono più che certo che gli insegnanti presi di mira, in molti casi sono persone che manifestano debolezze che per i bulli sono un invito a nozze.

Riguardo agli ospedali, non può continuare la politica dei tagli spesso mascherata come lotta agli sprechi (che ovviamente va fatta). Non è accettabile aspettare giorni interi al pronto soccorso, per carenza di personale e di strutture. Così come non è ammissibile che i pazienti vengano trattati da certi medici come semplici portatori di malattia e non come esseri umani bisognosi di attenzioni  e comprensione. In questa situazione di sofferenza ed esasperazione le reazioni violente trovano un terreno fertilissimo.

In merito al dilagante rifiuto delle classi dirigenti e al “fai da te” di certe ricette populistiche, bisogna anzitutto che i politici rinuncino finalmente ai privilegi che si sono attribuiti e che non sono più tollerabili. Così come non sono tollerabili le retribuzioni di certi magistrati o di altri pubblici funzionari. Non si tratta di non riconoscere il merito e di appiattire tutto, ma semplicemente di senso della misura e di giustizia.

Ciò, sul piano della prevenzione. Ma non bisogna esitare ad usare anche la leva della repressione. Gli alunni che commettono gravi mancanze, come quelle di cui narrano le cronache, non devono essere ammessi alla classe successiva e, se i loro atti si configurano come reati, vanno denunziati alla magistratura. La libertà non può essere scissa dalla responsabilità e non dobbiamo avere paura di educare. Ci sono parecchi genitori non all’altezza dei loro compiti, incapaci di educare, di dare norme oltre che affetto. Perché non pensare all’istituzione di corsi obbligatori di preparazione al matrimonio gestiti dallo Stato? I docenti non mancano e la sera le scuole sono libere.

Queste e tante altre cose ancora si potrebbero fare. Non bisogna rassegnarsi e accettare senza reagire il processo di imbarbarimento della nostra società. Forse non ce ne siamo nemmeno accorti, ma durante la campagna elettorale precedente le elezioni del quattro marzo, non abbiamo assistito a nessun confronto tra i leader degli opposti schieramenti, per il semplice motivo che ciascuno ritiene di incarnare il bene e considera gli altri il male, in un perverso gioco di reciproca delegittimazione. L’altro non è l’avversario con cui confrontarsi, ma il nemico da schiacciare e da insultare.

Forse non possiamo cambiare il mondo, ma una cosa sicuramente la possiamo fare: offrire nelle nostre comunità ecclesiali un modello di vita alternativo, un modo di rapportarsi tra noi e con gli altri fondato sul reciproco rispetto e sulla disponibilità al dialogo. Altrimenti l’amore di cui parliamo rischia di diventare parola vuota o di scadere in un insulso sentimentalismo.

Piero Riccobono

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