PREGANDO CON GLI ARTISTI

Pubblicato giorno 3 marzo 2018 - Senza categoria

crocifissione
Condividi su:   Facebook Twitter Google

 

Non è stata una lezione di storia dell’arte, ma un incontro di preghiera. Era questa alla fine la sensazione di chi è venuto in Chiesa Madre la sera di venerdì 3 marzo. Del resto, era proprio ciò che si voleva.

Il percorso avente per tema “la crocifissione nella visione dell’arte” si è snodato all’interno di un incontro strutturato da Don Pietro come preghiera e meditazione attraverso un sapiente alternarsi di canti e passi della Scrittura incentrati sul sacrificio di Cristo. Gli interventi dell’esperta d’arte, la professoressa Maria Fratusco, hanno assunto la forma di flash armonicamente inseriti nel contesto. Il coro in particolare è stato determinante nel creare l’atmosfera di religioso raccoglimento che ha caratterizzato l’incontro. I flash storico-artistici non solo non hanno turbato il clima di preghiera, ma hanno contribuito a rafforzarlo, poiché Maria Fratusco si è soffermata a delineare con efficace e concisa semplicità la visione del mistero della Crocifissione da parte dei vari artisti facendocene partecipi, senza indugiare su tecnicismi che avrebbero appesantito il discorso nuocendo alla natura  dell’incontro quaresimale.

La Croce è il trono di gloria del Figlio di Dio. E’ questo il concetto sviluppato all’inizio del libretto-guida predisposto da Don Pietro. Ed è proprio quello che gli artisti dei primi secoli dell’era cristiana stentavano a capire, tanto è vero che, come ci spiegava la professoressa, qualcuno di loro arriva perfino ad omettere la stessa croce nella sua rappresentazione, poiché la morte di croce era un’ignominia riservata ai peggiori malfattori. Ma c’è di più. Gli artisti dei primi secoli tendono a privilegiare la natura divina del Figlio di Dio: ecco perché rappresentano poi sulla croce non un Cristo sofferente, ma un Cristo benedicente e glorioso. Bisognerà aspettare il XIII secolo, cioè Cimabue e Giotto, per vedere ritratta nel viso e nel corpo la sofferenza del Cristo crocifisso. Egli, oltre che Dio, è uomo, e come tale ha realmente sofferto sulla croce.

Con Antonello da Messina, pittore del XV secolo, il mistero della Croce supera la dimensione storica. E’ come se la crocifissione avvenisse sempre e dovunque, tanto è vero che viene situata su di un’altura da cui s’intravede la città di Messina. Ecco un’altra novità, la comparsa del paesaggio, mentre prima lo sfondo delle immagini sacre era dorato, come a voler negare ogni rapporto del divino con lo spazio e il tempo. L’oro serviva ad esprimere lo splendore del divino, l’oro era stato il primo dono dei Magi al Figlio di Dio. La comparsa del paesaggio serve a conferire realismo alla rappresentazione ed è segno della rivalutazione della natura in epoca rinascimentale.

Andrea Mantegna accentua il realismo della rappresentazione ritraendo la Madonna che sviene ai piedi della Croce, esempio seguito da altri pittori, fino a quando il Concilio di Trento proibirà queste rappresentazioni di cui non c’è un riscontro biblico.

Col Tintoretto, pittore tra i più grandi del Cinquecento veneziano, la Crocifissione acquista carattere teatrale e viene rappresentata nelle sue varie fasi. E’ un’anticipazione dell’arte barocca che vuole colpire l’immaginazione, impressionare.

 El Greco ritrae Gesù sulla croce in totale solitudine. Non c’è nessun altro personaggio, solo la natura condivide il suo strazio, una natura che sembra fare tutt’uno con Dio. Deus sive natura (Dio ovvero la natura), dirà qualche tempo dopo il filosofo Spinoza.

Tralasciando per brevità le altre opere illustrate da Maria Fratusco, ci limitiamo ad accennare a due particolari crocifissioni del secolo scorso.

La prima è quella di Chagall, che fa di Gesù crocifisso (coperto dal drappo rituale degli ebrei) il simbolo e la sintesi delle terribili sofferenze del popolo ebraico culminate nei campi di sterminio nazisti.

La seconda è la crocifissione dipinta dal nostro Renato Guttuso, nella quale il nudo dei personaggi, che all’epoca fece scandalo, lungi dall’essere il frutto di un dissacrante gusto dell’osceno, serve a togliere ogni preciso riferimento spazio-temporale alla rappresentazione. L’uomo, vuole dirci Guttuso, non smette mai di crocifiggere il proprio simile. L’unica nota realistica, che solo chi conosce Palermo potrebbe cogliere, è la raffigurazione, sullo sfondo, del Ponte dell’Ammiraglio. Segno di attaccamento alla propria terra che l’artista siciliano non riesce a contenere nemmeno nella rappresentazione di un dramma universale e metastorico.

“O padre – come dice l’orazione finale del nostro incontro di preghiera –, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero d’amore, di godere in cielo i frutti della sua redenzione”.

Piero Riccobono

Lascia un commento

  • (will not be published)